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    • Fantasmi del passato

      Premessa: revelation number 3


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      Quando torno a casa sono solo.
      Girando per la città, tanti dubbi ti vengono in mente: chi è quel tipo nuovo nel quartiere? Di cosa staranno discutendo quei poliziotti? Che starà ascoltando quel ragazzo? E quella ragazza che starà disegnando? Così tante domande e così poche risposte: perché succede questo? Perché ogni giorno siamo pieni di domande ma poveri di risposte? Forse dovremmo smettere di farci domande su ciò che ci circonda e porci qualche domanda su noi stessi.
      Una ragazzina in un cortile di una scuola media: è da sola, in un angolino accanto il cancello, con il suo cellulare in mano. Mi avvicino a lei, sbirciando: sta guardando un video su YouTube. Un ragazzo che parla di quanto sia bella la vita, di essere sempre felici… roba così. Lei lo guarda e sorride: si sente al sicuro, si sente bene, sente che ora tutto sia meglio di prima. Era così anche prima, in realtà, no? Aveva davvero bisogno di guardare quel video per comprenderlo? Quando io ero piccolo, tutti questi piccoli insegnamenti li apprendevo dai cartoni animati: oggi abbiamo lo youtuber per ragazzine, il propugnatore di messaggi semplici e motivanti, e le ragazzine cascano ai piedi di queste persone. “Youtuber A è il mio sorriso!”, “Youtuber B mi ha tirata fuori da un momento difficile della mia vita!”, “Senza youtuber C la mia vita non avrebbe senso!”. Una sorta di inno alla vita, sollevato da semplici ragazzi pieni di voglia di fare, che consola e migliora la giornata di milioni di queste ragazzine. Ma perché queste ragazzine non si pongono qualche domanda? La loro vita sarebbe davvero così triste senza YouTube? Sarebbero davvero perse e disperate? Non basterebbe chiedere aiuto e conforto ai propri genitori, andando oltre la banale scusa del “nessuno mi può capire”? Preferite davvero un messaggio banale e generale di un anonimo della rete che un caldo abbraccio da vostro padre e dolci parole di conforto da vostra madre? Il gap generazionale è inevitabile: se dite che l’amica del cuore vi ha cancellata dagli amici su Facebook o che il vostro personaggio preferito di una fanfiction sia morto di certo non comprenderanno il vostro dolore: ma basterebbe dir loro “mamma, papà, sono triste” e darebbero la vita pur di vedervi sorridere di nuovo. La mamma vi cucinerebbe il vostro piatto preferito mentre vostro padre vi prenderebbe in braccio e vi sistemerebbe sul letto, dicendovi quanto voi siate speciali. Vi renderete conto troppo tardi quanto sarebbe stato importante e, soprattutto, piacevole il confidarsi con i vostri genitori. Neanche i vostri amici sono sufficienti: per voi è più intimo un amico conosciuto 5 minuti fa su Whatsapp o su Facebook che l’amica con cui uscite ogni sabato, preferite raccontare i vostri problemi a chi non conoscete che ai vostri veri amici. Magari quell’amico che vi fa uno scherzo di tanto in tanto, che vi lancia palline di carta, che vi chiama in continuazione, forse sta cercando di dirvi qualcosa di più. Ma voi preferite ignorarlo e starvene lì, nell’angolino del cortile, aspettando che qualcuno vi dia attenzioni, aspettando che qualcuno vi comprenda e vi aiuti dal nulla, ignorando la vostra famiglia e i vostri amici, illuse che i vostri youtubers vi comprendano e siano lì per voi. Anch’io avrei tante cose di cui discutere con genitori e con amici, tanti scheletri nell’armadio, tanti segreti, tanti problemi, crimini e reati di sorta.
      Ma quando torno a casa sono solo.
      Date un'occhiata ai miei racconti, se vi va.

      Mi mancherai, onee-chan

      The World is mine



      The post was edited 2 times, last by JapanLegend ().

    • Un commento veloce ma -spero- utile:
      - Del racconto ho apprezzato l'interiorità finale (bellissima, una chiusura più che ottima).
      - Trovo invece che nell'inizio ci sia un passaggio troppo veloce da "Quando torno a casa sono solo." a "Girando per la città [...]". Manca un ponte, avresti dovuto unirli in maniera più dolce. Bastavano anche due sole frasi in più.
      - "Gap generazionale" mi fa sentire a Report: boh. Contrasta un po' con l'immagine calda, emotiva e familiare che segue immediatamente dopo
      - "Vostro padre vi prenderebbe in braccio e vi sistemerebbe sul letto" ai ragazzini della scuola media hahaha ma no, dai, non sono mica dei bambini... mi fa venire in mente la recente notizia (letta di sfuggita) di quella signora che è stata arrestata per violenze sessuali su minore perché voleva tornare ad allattare la figlia (che se non sbaglio aveva 7 anni!). Insomma, forse è la mia mente sporca ma più che un'immagine dolce nella mia testa si insinuano brutti sospetti, ecco, fermiamoci qui.
      - Infine, volendo essere proprio puntigliosi a livello di contenuti e di messaggi, le figure della madre che cucina e del padre che invece prende in braccio con la sua grande forza sono due stereotipi del ruolo della donna e dell'uomo nella famiglia. Tuttavia, capisco che il pensiero sia quello del narratore che sta descrivendo la sua società, la sua idea di famiglia, e che le immagini della madre angelo del focolare e della forte mano protettiva del padre siano il massimo del calore


      Non penso ci sia altro :c ciao

      EDIT: Dimenticavo, buon anno! 8o :beer:


      GRAZIE PER L'AVATAR, ANGELYNE!

      u.u

      The post was edited 1 time, last by micheleX ().

    • Nell'acquario di Cattolica

      Premessa: il titolo non ha a che vedere col contenuto del testo. Cronologicamente, ci troviamo prima di Changes e molto prima di Phantom pt. II.


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      -Dì un po’, Kid.-
      -Cosa?-
      -Ho sentito che sei fidanzato… è vero?-
      -Te l’ha detto Helen, vero?-
      -E chi sennò?- Domanda sogghignando. –Ma chi è la tipa?-
      -Una ragazzina di nome Hikai.-
      -Te la fai con le più piccole? Non credevo avessi questi gusti…- Mi fissa alzando un sopracciglio.
      -Non lo credevo nemmeno io, prima di conoscerla.-
      -Dai, c’era quella bionda da paura che ti stava appresso, e te la fai con una mocciosetta?-
      -Aspetta, quale bionda?- A ben pensarci, conosco troppe persone bionde.
      -Ma come, parlo di Penny! Quella che lavora all’accademia di magia!-
      -A Penny non piacevo neanche un po’, dai.-
      -Ma se ti stava sempre incollata addosso! Sei sçemo o cosa?-
      -Io sono innamorato di Hikai, non di Penny, va bene?-
      -Ma è piccola, dai!-
      -Non ti ho detto la sua età, non te l’ho descritta e non l’hai mai vista, che ne vuoi sapere tu?-
      -Hai detto ragazzina, basta quello. Va ancora scuola, no?-
      -Cosa c’entra questo?- Rispondo stizzito.
      -La scuola è piena di ragazzi della sua età, quanto potrà mai durare la vostra relazione?-
      Realizzo dopo qualche istante il senso delle sue parole.
      -Come potrebbe preferire qualcun altro a me?-
      -I ragazzi a quest’età passano da un partner ad un altro nel giro di due giorni, che siano maschi o femmine!-
      -Non farebbe mai una cosa del genere.-
      -Vede ogni giorno migliaia di ragazzi passarle davanti e ha occhi solo per te?-
      Tutto ciò mi turba.
      -Va bene.- Dico in un sussurro alzandomi.
      -“Va bene” cosa?- Mi chiede lui fissandomi di nuovo.
      -Le farò capire quanto la amo.-
      -Hai trascorso anni a fare il playboy con ogni singola ragazza ti ritrovassi davanti e ora sei innamorato di una mocciosa?-
      -Non ho fatto il playbo…- No, in effetti pensandoci bene l’ho fatto. –Beh, sì.-
      Kriss alza gli occhi al cielo. –Fa’ come vuoi, che posso dirti.- Conclude sospirando.

      Andare a casa di Kid mi innervosisce un po’: insomma… lui vive solo… e noi due siamo fidanzati…
      Cerco di non pensarci e busso alla porta: mi apre quasi subito, spalancando la porta.
      -Hikai!- Esclama sorridendo: ha un sorriso così affascinante…
      -Uhm, ecco, dovevi… dovevi darmi un libro, giusto?- Mi piacerebbe stare un po’ con lui, ma papi mi starà già aspettando.
      -No, era un pretesto per farti venire qui.-
      -Un… pretesto?-
      -Entra un secondo.-
      -Ma veramente…-
      -Non ci metteremo molto.-
      -Sì, però…-
      A quel punto mi afferra i fianchi e di scatto inizia a baciarmi. Mi stringe forte a sé, mentre sento la sua lingua toccare la mia… Vinco la timidezza e gli metto le braccia attorno al collo, continuando a lasciarmi baciare.
      -Hikai…- Sussurra dopo lunghi minuti. –Devo dirti una cosa.- Inizia a baciarmi sul collo.
      -C… Cosa?- Chiedo, quasi tremando.
      -Voglio portarti a letto con me.-
      Sento mancarmi il respiro. -Intendi… intendi…?-
      -Hai inteso benissimo.- Risponde in un soffio, iniziando a sbottonarmi la camicia, senza smettere di baciarmi sul collo.
      -Ma io… ma io…- Dice sul serio? Cosa devo fare? Cosa devo rispondergli? Sento le sue labbra avvicinarsi al mio seno…
      -Devo andare!- Esclamo divincolandomi da lui e correndo fuori.
      -Ehi.- Mi afferra per il polso. Restiamo così per diversi secondi, ma alla fine riesco a girarmi verso di lui, seppur non riuscendo a guardarlo negli occhi.
      -Dimmi… dimmi tutto.- Farfuglio, respirando affannosamente.
      -Ti amo.-
      Decido di farmi forza: finalmente lo guardo negli occhi: -Ti amo.- Gli rispondo, ancora tremante.
      Mi bacia delicatamente la mano.



      ___________________________________________________________________________________




      micheleX wrote:

      Un commento veloce ma -spero- utile:
      Anche il più piccolo commento è sempre ben accetto.

      micheleX wrote:


      - Del racconto ho apprezzato l'interiorità finale (bellissima, una chiusura più che ottima).
      Felice che tu l'abbia apprezzata!

      micheleX wrote:


      - Trovo invece che nell'inizio ci sia un passaggio troppo veloce da "Quando torno a casa sono solo." a "Girando per la città [...]". Manca un ponte, avresti dovuto unirli in maniera più dolce. Bastavano anche due sole frasi in più.
      Ci ho pensato molto, ma alla fine lo preferisco così: come se ci fosse un vuoto.

      micheleX wrote:


      - "Gap generazionale" mi fa sentire a Report: boh. Contrasta un po' con l'immagine calda, emotiva e familiare che segue immediatamente dopo
      Non mi è venuto in mente un'espressione più precisa, onestamente.

      micheleX wrote:


      - "Vostro padre vi prenderebbe in braccio e vi sistemerebbe sul letto" ai ragazzini della scuola media hahaha ma no, dai, non sono mica dei bambini... mi fa venire in mente la recente notizia (letta di sfuggita) di quella signora che è stata arrestata per violenze sessuali su minore perché voleva tornare ad allattare la figlia (che se non sbaglio aveva 7 anni!). Insomma, forse è la mia mente sporca ma più che un'immagine dolce nella mia testa si insinuano brutti sospetti, ecco, fermiamoci qui.
      LOL non sapevo di questa cosa. Ad ogni modo, quella descritta è la famiglia così come la intende il narratore: forse c'è qualcosa nel suo passato che gli fa pensare ad una scena del genere.

      micheleX wrote:


      - Infine, volendo essere proprio puntigliosi a livello di contenuti e di messaggi, le figure della madre che cucina e del padre che invece prende in braccio con la sua grande forza sono due stereotipi del ruolo della donna e dell'uomo nella famiglia. Tuttavia, capisco che il pensiero sia quello del narratore che sta descrivendo la sua società, la sua idea di famiglia, e che le immagini della madre angelo del focolare e della forte mano protettiva del padre siano il massimo del calore
      Sono proprio gli stereotipi che appartengono al suo passato: quello che lui descrive è il modello di ciò che era propria famiglia, così com'è rimasto impressa nella sua memoria.

      micheleX wrote:


      Non penso ci sia altro :c ciao

      EDIT: Dimenticavo, buon anno! 8o :beer:

      Date un'occhiata ai miei racconti, se vi va.

      Mi mancherai, onee-chan

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    • Premessa: spero non annoi. La voce narrante è la stessa di 9 - L'eutanasia del fine settimana e di Fantasmi del passato.


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      Mi manchi.
      Ho riflettuto più e più volte sulla nostra, ormai finita, relazione, e non arrivo ad altre conclusioni se non a questa: mi manchi. Sento la mancanza dei nostri momenti più intimi, del tuo dolce sorriso, delle tue passioni e delle tue abitudini, dei tuoi interessi, delle piacevoli seppur frivole conversazioni che avevamo su videogiochi, film, cartoni, o qualsiasi altra cosa.
      Sembrava tutto così semplice: “Credo sia meglio finirla qui”. Mi sbagliavo: non era semplice, non lo era affatto. Ogni giorno, camminando per strada, vedo decine di coppiette stringersi la mano, darsi piccoli bacetti, litigare o quant’altro, e ogni volta penso a noi due: ormai mi viene spontaneo.
      Quel ragazzo vive nel mio stesso quartiere: lo vedo sempre assieme ad una nuova ragazza. È giusto anche così, no? Si gode il pieno della sua giovinezza: se è quel che vuole, se è in grado di farlo, cosa c’è di male nel cambiare fidanzata ogni settimana? Io non riesco nemmeno ad immaginare una situazione del genere: nella mia mente ci sei solo tu, tutti i giorni, tutto il giorno.
      Ripercorro i tragitti percorsi assieme, i luoghi in cui siamo stati, quelli in cui saremmo potuti stare. Arrivo inevitabilmente in spiaggia: lì trascorrevamo intere serate a fissare le stelle, a sussurrarci dolci parole, mano nella mano, a parlare di noi, di quanto ci amassimo, di come sarebbe stata la nostra vita assieme. A me non piaceva parlare del futuro, mi metteva ansia, forse anche un po’ di paura. Tu invece eri sempre entusiasta: parlavi di matrimonio, di avere dei figli… Ricordo con estrema nitidezza quelle tue parole: “Secondo me sarai un ottimo padre.” Ancora adesso, ripensandoci, mi si scalda il cuore.
      Stare in spiaggia da solo, in quel punto dove ci stendevamo assieme, mi riporta alla memoria tanti, tantissimi ricordi: più dolce è il ricordo, più dolorosa è la fitta al cuore. Sul muro ci sono ancora le nostre iniziali, incise quella calda sera d’agosto, il giorno del suo compleanno. Ripercorro con le dita i solchi delle lettere: sembra quasi sia successo ieri.
      Mi allontano dalla spiaggia e mi dirigo verso casa. Da solo.
      Mi manchi.
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    • Calci belli carichi

      Premessa: stesso protagonista della storia precedente.


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      È stato magnifico.
      Il mio cappotto è zuppo di sangue, le scarpe sono ormai completamente rosse, e cosa più importante: il caricatore è quasi scarico. Che poesia.
      Giù in centro, per quasi 2 anni, hanno lavorato alla costruzione di un enorme centro commerciale: avete presente quelle grosse strutture piene di piccole attività e negozi vari, no? Ecco, uno di quei cosi. Più volte ci sono passato davanti, contento di vedere finalmente qualcosa di positivo in questa orribile città: sembra incredibile, ma ci han davvero lavorato sodo, senza sprechi di denaro e sfruttando al meglio la manodopera disponibile. Era impossibile che andasse tutto liscio fino in fondo.
      Fuori città c’è una sorta di baraccopoli: gente povera, disoccupati, persone che non han voglia di lavorare, immigrati, delinquenti di ogni sorta. Terminata la costruzione del centro commerciale, questi cari vandali hanno ben pensato di “colonizzarlo”: hanno spaccato i vetri, sfondato le porte e da bravi barbari ognuno s’è scelto “l’appartamento” che più gli aggradasse. La cosa non è passata mica inosservata, sono prontamente giunte le forze dell’ordine e hanno intimato di andarsene al branco: questi ha risposto “no”… e fine. Sono rimasti lì a fare i loro porci comodi, perché pare che nessuno possa toccarli: interviste, inchieste, indagini… è tutto inutile, quelli da lì non se ne sarebbero andati mai con queste chiacchiere. È stata intervistata una delle nuove “inquiline” della struttura: “Mio marito non ha lavoro e io devo badare a quattro figli, più un quinto in arrivo! Se il governo non ci aiuta che dobbiamo fare noi?” chiaramente il tutto in un elegantissimo dialetto locale. Ma certo! Tuo marito, un incapace scansafatiche, perdigiorno patentato, se ne sta a grattarsi la pancia anziché cercare lavoro e quindi ve ne andate ad occupare una struttura pubblica! Ma certo! Tu, madre inetta e cafona, non sei in grado di riflettere razionalmente, quindi non potendo mantenere un figlio ne partorisci cinque!
      Dal momento che l’ignoranza è un pozzo senza fondo che non conosce limiti né confini, sono giunte nei giorni successivi persone ad appoggiare la causa di queste bestie: tutti quanti fuori la struttura, imbracciando cartelli con su scritto “ACAB”, inveendo contro il governo, pronti ad esultare ad urla e cori come “fuori gli sbirri!”, impedendo alle forze dell’ordine di entrare. Un carabiniere cosa dovrebbe fare? Puntare la pistola contro quella gente? Chi glielo fa fare di rischiare la carriera?
      Qui entro in gioco io: nottetempo, armato di un Uzi con silenziatore, del mio fedele manganello in acciaio, di un pugnale e di tante munizioni, mi sono intrufolato nella struttura. È stato quasi poetico: all’inizio mi sono divertito a muovermi silenziosamente, uccidendo a sprangate chi si trovava in punti più isolati, in modo da non farmi notare. Poi ho tirato fuori dallo zaino l’arma da fuoco: di reparto in reparto, a sparare alla cieca contro quei mostri deformi. Erano addossati l’un l’altro al punto tale che nemmeno un cieco avrebbe potuto mancarli, e le loro urla erano talmente stridule che neanche un sordo non avrebbe potuto sentirle.
      Molti sono scappati, ma sono abbastanza sicuro che la maggior parte sia morta. Svolto l’angolo: mi trovo davanti un ragazzino a puntarmi contro una pistola. In effetti, era strano che non ci fosse qualcuno armato, qui dentro; forse li ho semplicemente uccisi prima che potessero sfoderare le loro armi. Il bambino qui davanti non è certo un sempliciotto qualsiasi: quando vieni cresciuto in un branco di animali, non ti insegnano a vivere, ma a sopravvivere. Mi fissa con uno sguardo inquietantemente serio: sono occhi da vero assassino, quelli, sicuramente avrà già sparato a qualcun altro… ma un moccioso resta sempre un moccioso. Scatto in avanti, colpendo la sua presa sulla pistola con il dorso della mano sinistra: il ragazzino spara, ma chiaramente non riesce a colpirmi. Con la mano destra, sfodero il manganello e lo colpisco alla caviglia destra prima che possa indietreggiare, facendogli così perdere l’equilibrio. È il momento: un colpo secco alla tempia. Cade rovinosamente con la faccia per terra: ormai incapace di reagire, lo afferro per i capelli e, preso il pugnale, gli taglio la gola. È così che si ammazzano i maiali, no?
      È stato magnifico.
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    • Ashes on the ground

      Premessa: continuo di I'll take you.


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      L’ospedale è probabilmente il luogo più triste che esista: malati, feriti, cadaveri, infermieri e medici che corrono avanti e indietro…
      Cerco di sgomberare la mente, dirigendomi verso la stanza assegnata ad Aisha: a un passo dalla soglia, la porta si apre e vedo un medico uscire.
      -Come sta?- Gli chiedo a bruciapelo. Il medico mi fissa per qualche istante, squadrandomi dalla testa ai piedi, dopodiché mi domanda: -Siete un parente?-
      -Viviamo assieme.- Taglio corto. –Come sta?-
      -Ha bisogno di cure mediche, altrimenti non farà che peggiorare. Ah, oltre tutto le servirebbe una dieta specifica, è parecchio in sottopeso.-
      -Sottopeso?-
      -Sembra non mangi da giorni.- Ribatte con un tono chiaramente di rimprovero.
      -Io non… non sapevo che…-
      -Lo immagino, lo immagino.- Conclude allontanandosi, non senza lanciarmi un’occhiataccia.

      Aisha è in un lettino sulla destra. Sposta debolmente lo sguardo verso di me: mi sorride.
      -Elsword!- Esclama con una vocina timida e sottile. Scatto verso di lei: non so cosa fare né cosa dirle. Indossa solo una canottiera, molto leggera.
      -Non hai freddo?-
      -Le coperte sono calde, tranquillo.-
      -Forse sarebbe meglio se ti portassi qualcos’altro da…-
      -Non preoccuparti, non è necessario.-
      -Magari hai sete? Vuoi che ti…-
      -Sto bene così, Elsword, davvero.- Continua a rispondermi, sempre con quel suo sorriso tenero.
      Mi avvicino di più al suo letto, afferrandole la mano e stringendola fra le mie: mi rendo conto solo adesso di quanto le sue braccia siano magre.
      -Hai fame?-
      -Mi hanno portato prima da mangiare, non preoccuparti.-
      Vorrei fare qualcosa per lei, magari dirle qualcosa per confortarla, ma non saprei proprio cosa: è la prima volta che vivo una situazione del genere. Forse restando qui metto in imbarazzo anche lei…
      -Preferisci… magari restare sola?- Chiedo esitando.
      -No!- Esclama fissandomi. Sento la sua mano stringere debolmente la mia. –Non lasciarmi qui da sola… per favore.- Continua abbassando lo sguardo.
      -D’accordo.- Le sorrido. –Resterò qui.-

      -Scusami.- Gli dico, dopo molto tempo trascorso in silenzio.
      Elsword si volta verso di me, sorpreso: -Per cosa ti staresti scusando?-
      -Per tutto…- Deglutisco a fatica, un po’ imbarazzata da quella conversazione. –Per tutto quello che sei costretto a fare per me.-
      -Non c’è nulla che tu mi costringa a fare.-
      -Certo che sì!- Ribatto. –Insomma, trascorro giornate in casa tua senza fare niente, mentre tu sei costretto a dividere ogni cosa con me…-
      Per qualche istante non risponde, limitandosi a fissarmi. Dopo poco inizia dicendo: -C’era una volta un uomo che, viaggiando, incappò in una banda di briganti che lo derubò di tutto, lo picchiò e poi se ne andò, lasciandolo per terra mezzo morto.- Lo scruto con sguardo interrogativo senza però interromperlo. -Per caso, un sacerdote si trovò a passare per quella stessa strada ma, quando lo vide, passò oltre. Anche un altro uomo, giunto in quel luogo, lo vide e andò avanti. Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e non poté fare a meno di aiutarlo. Si avvicinò al disgraziato, gli curò le ferite e, dopo averlo caricato sul suo cavallo, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, prese dei soldi che aveva con sé e li diede al locandiere, dicendo: “Abbi cura di lui e, ciò che spenderai in più, te lo restituirò al mio ritorno”.- Dopodiché resta in silenzio per almeno una decina di minuti. -Io sono come il samaritano: aiuto il prossimo; diceva Gesù: “Ama il tuo prossimo come te stesso”.-
      Mi fissa a lungo, con uno sguardo deciso e rassicurante.
      -Quindi mi ami?- Gli chiedo.
      Il suo sguardo perde tutto ciò che avesse di deciso e rassicurante, e nel giro di qualche istante smette di fissarmi.
      -Perché certe domande così all’improvviso?- Mi chiede, bofonchiando.
      -Perché io credo di essere innamorata di te.- Sono sicura di essere rossissima in volto, ma riesco a parlare e a esprimere i miei pensieri con un’insolita naturalezza: forse perché Elsword è una persona speciale per me.
      -Ti devo la vita, Elsword.- Continuo. –Avresti potuto lasciarmi lì, per terra, su quel marciapiede, ma non l’hai fatto. Avresti potuto tranquillamente lasciarmi il tuo mantello e andartene, avresti potuto buttarmi fuori di casa appena risvegliata, avresti potuto rifiutare di dividere tutti i tuoi pasti con me… avresti potuto lasciarmi qui da sola. Ma non l’hai fatto: hai condiviso tutto ciò che fosse tuo con me. Hai preferito dormire per terra e lasciar dormire me nel tuo letto.- Ho il fiatone.
      La porta si apre: entra un infermiere.
      -Sta arrivando lo specialista per una visita.- Dice entrando nella stanzetta. –Lei potrebbe uscire e aspettare fuori? Durerà un po’.- Dice rivolgendosi a Elsword.
      -Certamente.- Risponde lui, ancora visibilmente imbarazzato. Fa per alzarsi: gli stringo la mano.
      -Ti amo.- Gli dico in un sussurro. Elsword si volta verso di me: prende la mia mano baciandola, arrossendo di nuovo.
      -Ti amo anche io.-
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    • Premessa: continuo diretto di Chapters


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      -Aisha!-
      Questa voce… questa semplice esclamazione, questo semplice richiamo mi riporta alla mente ricordi che non credevo minimamente avessi ancora. Mi volto lentamente, quasi incredula: davanti a me, a diversi metri di distanza, fluttuante per aria, con la sua solita compostezza ed eleganza, c’è Eve che mi osserva.
      -Sapevo che ci saremmo incontrate di nuovo ma… è inaspettato vederti ora.- Le dico.
      -Non sono qui per chiacchierare, Aisha, e sono certa che tu lo sappia.- Risponde, come sempre inespressiva.
      -Hai intenzione di batterti? Molto coraggioso da parte tua!-
      -Code Thunderbolt.- Pronuncia quasi sottovoce. Trascorrono pochi secondi: si apre un portale fra me ed Eve. Emana una luce abbagliante, ma riesco a vedere chiaramente una sagoma uscire lentamente dal portale. Dopo qualche istante, il bagliore scompare e riesco a distinguere chiaramente la figura: un uomo alto, dai capelli bianchi corti. Indossa una sorta di tuta aderente bianca, con decorazioni nere, rosse e gialle e ha un grosso frammento Nasod incastonato nel petto. I suoi occhi sono coperti da quella che sembrerebbe una maschera dorata.
      -E questo?- Chiedo provocatoriamente. –Hai un nuovo giocattolone?-
      -Ti presento Ferdinand.- Risponde Eve senza lasciarsi scomporre. –Un robot Nasod di mia creazione.-
      -Ma come, e Oberon e Ophelia dove li hai lasciati?- Le chiedo ancora, sogghignando.
      -Il loro obiettivo è terminare le funzioni vitali degli altri ribelli.-
      Gli altri ribelli…
      -Cosa potranno mai fare i tuoi ammassi di ferraglia contro di loro?-
      -Li sottovaluti.- Il suo tono non si incrina: è sempre privo di espressione.
      -Vuoi paragonare i tuoi robottoni a dei veri guerrieri?- Ribatto.
      -Oberon è al momento in netto vantaggio sul Nasod di quella ragazza bionda, mentre quest’ultima è stata ridotta in fin di vita da Ophelia. La comandante è in salvo.-
      Digrigno i denti, innervosita: dovevo immaginare che Rose non sarebbe stata capace di agire senza Ciel.
      -Va bene.- Sospiro togliendomi il cappuccio dalla testa. Lego i capelli in due code che mi scendono lungo il collo. –Proprio come ai vecchi tempi, vero Eve?-
      -Ti sbagli: stavolta morirai.- Dice in un gelido sussurro.
      -A meno che tu e il tuo giocattolone non siate refrattari alla magia come quel tipo di prima, e francamente dubito che lo siate… non avete molte speranze.-
      D’un tratto, ad una velocità impressionante, scattano entrambi verso di me.
      -La vedremo.- Sussurra decisa Eve.

      -Mecha Volt…- Sussurra Rose.
      -Dimmi pure.- Rispondo.
      -Scappa.-
      -Credo che non obbedirò a quest’ordine.-
      -Non possiamo batterli, sono troppo forti per noi…-
      -Sono un Nasod di ultima generazione, io. Loro due saranno al massimo di terza o quarta generazione, che vuoi che sia affrontarli da solo?-
      -Programmarti con una personalità da spaccone non è stata una grande idea…- Constata lei.
      -Ora non parlare più, sei già abbastanza stanca.-
      -Mecha Volt, ti prego… scappa.-
      -Sei la mia padrona, lasciarti sola in un momento simile mi è impossibile.-
      D’un tratto, ecco che ricompaiono davanti a noi.
      -Te lo dirò un’ultima volta.- Sussurra Rose, ormai sul punto di perdere i sensi. –Scappa.-
      -Te lo dirò anche io per l’ultima volta: non scapperò.- Le rispondo, dopodiché scatto in piedi e, rivolgendomi ai nostri avversari: -Ce ne avete messo di tempo a trovarci, vero amici?- Ma non ottengo risposta.
      -Non mi piacciono gli avversari poco loquaci, sapete?- Insisto. –Proprio non vi va di fare due chiacchiere?-
      Il Nasod col casco scatta verso di me a gran velocità, tentando un fendente con la sua lama: riesco a fermarlo afferrandolo per il polso e, al contempo, passo al contrattacco. Tentativo vano: l’altra Nasod mi impedisce di reagire, sparandomi contro una raffica di proiettili. Scatto all’indietro, ma il Nasod col casco è troppo veloce: mi afferra per il polso e, con un unico rapidissimo gesto, riesce a mozzarmi il braccio sinistro. Nonostante il dolore lancinante, non mi lascio intimidire: contrattacco tentando uno sgambetto al mio avversario, ma lui è più rapido di me: mi colpisce in pieno volto con un calcio devastante, mandandomi al tappeto.
      -Cominciate seriamente a innervosirmi.- Mugugno, ancora a terra. Ho a malapena il tempo di mettere dritto il busto: la Nasod in gonnella mi appare davanti, puntandomi contro il palmo della sua mano. Un potentissimo quanto rapido raggio di energia mi perfora il torace.
      -Lo ammetto…- Farfuglio dolorante. –Questo… mi ha fatto male…-
      -Provi dolore?- Mi chiede, ancora in piedi davanti a me.
      La fisso per qualche istante, sorpreso.
      -Allora lo vedi che sai parlare?- Domando a mia volta.
      -Perché provi dolore?- Insiste lei, senza la minima espressione nella voce.
      -Mi hanno programmato così, lattina senza cervello! Perché sennò?- Rispondo seccato.
      -Il dolore ti impedirà di agire. È uno svantaggio.-
      -Si dà il caso.- Ribatto. –Che a dispetto delle apparenze, non sono freddo e triste come voi: ho una vita, ho amici, hobby e interessi, oltre che dei sentimenti. Vivo come umano, io.-
      I due Nasod si scambiano un gesto di intesa: quello col casco scatta a gran velocità dentro la foresta, scomparendo nel giro di pochi secondi. Perfetto.
      -Questo ha sancito la tua sconfitta.- Conclude lei.
      Scatto in piedi, afferrandole la testa con la mano destra. Canalizzo quanta più energia possibile nel palmo della mano: la testa della Nasod mi esplode fra le dita.
      -Mi prendi in giro?- Mugugna Rose. –Non potevi farlo subito?-
      -Detesto ammetterlo, ma quel tizio col casco mi eguagliava in velocità, non potevo avvicinarmi a lei.- Sbuffo, ancora dolorante. –Ne abbiamo fatto fuori uno, è comunque meglio di niente, no?-
      -Il nostro compito- Riprende Rose, tentando di rimettersi in piedi –era far fuori la comandante Stain, non un robot.-
      -Più di questo non potevamo fare, la comandante ormai sarà lontana. Leviamo le tende anche noi, non è una buona idea restare qui.- Concludo.

      -Davvero tutto qui?- Domanda, quasi deluso.
      -Certo che no!- Urlo, scattando in piedi: tento un nuovo affondo, puntando al suo petto, ma riesce ad afferrarmi per il polso prima che riesca a colpirlo.
      -Dunque?-
      -Non ho ancora…- Mi colpisce in pieno volto con un pugno devastante: sono di nuovo a terra.
      -Sei il demone più patetico che abbia mai incontrato finora, e fidati di me: di demoni ne ho visti parecchi.-
      Come è possibile che sia così forte? Mi rimetto a fatica in posizione seduta, fissando il mio avversario: non ha fretta, non sembrerebbe nemmeno che abbia intenzione di uccidermi. Se ne sta in piedi, immobile, a fissarmi: sta ancora fumando la sua pipa, come se questo nostro scontro fosse una passeggiata per lui.
      -Ci vuole molto di più per sconfiggermi…- Stringo la presa sulle gunblades: se non fosse immune alla magia, sarebbe uno scherzo fargli saltare la testa.
      -Sei in questa sorta di “modalità massima potenza” da parecchio tempo, quanto altro tempo credi di poter continuare così?-
      -Non sottovalutare la Madness Mode!- Urlo, stavolta stizzito.
      -Che nome ridicolo.- Sbuffa.
      -Ha ragione, è un nome ridicolo.- Dice una voce dietro di me.
      Mi volto di scatto: è arrivato Elsword.
      -Ti sarei grato se tenessi per te questi pareri e mi dessi una mano.- Sbuffo, fissandolo.
      -Dov’è Aisha?- Domanda, fissandomi a sua volta.
      -Pare che il nostro amico qui presente sia immune alla magia.- Dico rimettendomi in piedi. –Aisha ha fatto del suo meglio, ma è stato tutto inutile e ha battuto in ritirata.-
      -Che casino…- Sospira Elsword.
      -E Chung?- Gli chiedo.
      -Mi ha quasi ammazzato con un colpo solo.-
      -Scusate se mi intrometto.- Dice Aizwarth. –Mi è quasi finito il tabacco, potremmo chiudere in fretta la faccenda?-
      -Ciel.- Mi apostrofa Elsword -Levati di torno, lo trattengo io.-
      -Sicuro?- Gli chiedo, poco convinto della sua scelta.
      -Certo che sono sicuro, impiegherò poco a sistemare questo tipo.- Risponde.
      Fisso Aizwrath: non sembra intenzionato a inseguirmi.
      -Va bene.- Rispondo a mia volta. –Ci vediamo più tardi. E cerca di tornare tutto intero.-









      Date un'occhiata ai miei racconti, se vi va.

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      The World is mine



    • In the heat of the moment

      Premessa: vi presento Nadia e Susanna.


      Display Spoiler
      È una bellissima giornata di sole. Ieri son stata tutta il giorno fuori, sarebbe meglio restarmene a casa, ma il cielo è troppo luminoso per restarmene a ciondolare sul letto. Afferro la mia gruccia e, lentamente, esco.
      Percorrerei mille e mille volte ancora questa strada. Non ha niente di speciale se presa così per come appare. Lunga, molto lunga, ogni cinquanta metri circa presenta un tornante: trattandosi di una strada che collega un punto molto in alto sul livello del mare direttamente con la spiaggia, non poteva essere altrimenti. In tutto i tornanti sono cinque. Vista da molto lontano, sembra un lungo e sinuoso serpente, grigio, immerso in una bellissima e rigogliosa vegetazione, piena di erba e fiori. Adoro camminare lentamente lungo il marciapiede, sotto il sole, da casa mia fino in spiaggia. I miei genitori all’inizio erano contrari a tutto ciò: una ragazzina di quindici anni che se va in giro, zoppicando con una gruccia, tutta sola, fino in spiaggia… Tuttavia il medico ha ripetuto loro più volte che uscire non mi avrebbe fatto che bene. La mia gamba non tornerà mai più come prima: non potrò più poggiare il mio piede sinistro a terra e usarlo per camminare. Ero una tipa sportiva: adoravo il calcio. Ora che ho la gamba ingessata non riuscirò più a giocare, ma di certo non potranno costringermi a restarmene a letto a poltrire. E così eccomi qui.
      In tanti mi hanno detto che sono una ragazza forte, una ragazza che non si lascia abbattere da nulla: in realtà non credo affatto di esserlo. Ho sofferto, ho pianto, ho urlato… ho trascorso momenti orribili e solo a ripensarci mi vengono i brividi. Però con me c’era Susy. Conosco Susy dalla prima media: ci ritrovammo in classe insieme, ma lei era stata bocciata due volte, quindi avevamo, e ovviamente abbiamo tuttora, la bellezza di due anni di differenza. Susy mi è sempre stata simpatica: nelle ore di educazione fisica eravamo più brave di tutti i maschi nel calcio. Io ero un ottimo portiere, nonostante la mia bassa statura, mentre Susy era un’ineguagliabile attaccante. Diventammo amiche subito: ci incontravamo praticamente ogni giorno… malgrado le resistenze dei miei genitori. Susy è quel genere di ragazza che potremmo definire maschiaccio: un po’ volgare nel parlare, pronta a fare a botte se qualcuno la provoca, fuma… forse dire “maschiaccio” non è esatto: è quel genere di persone che ha tutta l’aria di essere una persona con cui è difficile relazionarsi, un’attaccabrighe. Tuttavia, come si suol dire, l’apparenza inganna: Susy sa essere dolce, gentile, aggraziata nel dire e nel fare, solo che odia mostrarsi così. Secondo lei non le si addice essere femminile. I miei genitori erano contrari all’amicizia che andavo coltivando con lei, ma questo non mi ha fermata: abbiamo continuato a frequentarci, a studiare e a giocare assieme, a vederci quanto più ci fosse possibile. Ora siamo in classe insieme anche al liceo, liceo classico: a me tutto sommato riesce bene studiare, Susy è un po’ più… “stupida”. Eppure ha scelto anche lei il liceo classico: continuava a ripetere di voler continuare ad essere in classe con me. Non che la cosa mi infastidisse, al contrario sono felicissima di essere ancora con lei, solo che Susy non è mai stata una ragazza studiosa, e nella nostra classe i professori sembrano essere tipi tosti: se la caverà?
      Sento il cellulare vibrare: lo tiro fuori dalla tasca e, neanche a farlo apposta, è proprio lei. Sento il cuore accelerare i battiti. Da un po’ di tempo parlare con Susy mi fa venire il batticuore: è come se diventassi più nervosa e imbarazzo quando sono con lei. Da quando ho avuto l’incidente alla gamba è diventata più dolce e premurosa nei miei confronti.
      -Pronto?-
      -Yo, Nadia! Che fai di bello?-
      -Niente in particolare, sto andando in spiaggia.-
      -In spiaggia?-
      -Mi andava di fare un giro e…-
      -Dieci minuti e ti raggiungo.-
      Silenzio.
      -…adesso?- Chiedo, visibilmente agitata.
      -Beh, non adesso adesso, sono ancora nuda, sai.- Risponde lei.
      -Non serve mica darmi certi dettagli, sai.- Ribatto imbarazzata.
      -Certo che è necessario!- Ride. –Mi metto qualcosa addosso e scendo, aspettami.-
      Fine telefonata.

      Susy è bellissima. Ha dei capelli lunghi, tinti di un blu scuro, raccolti in due codini che le scendono sul petto. Ha dei grandi occhi di un color castano scuro. Non so quanto sia alta: è di poco più alta di me, quindi direi un metro e settanta, giù di lì. Seno nella media e un corpo chiaramente snello e in forma. Indossa sempre un berretto nero o bianco della Nike e dei guanti a mezza dita bianchi, grigi o neri, oltre ad un immancabile zainetto dietro le spalle. Oggi ha scelto il berretto nero e i guanti grigi. La maglietta senza maniche le sta troppo lunga e come pantaloni una larga tuta. Scarpe da ginnastica, ovviamente. Ha il patentino da sempre, potrebbe girare tranquillamente con la vespa dello zio, ma continua ostinatamente a preferire la sua vecchia bicicletta.
      -Quando hai intenzione di iniziare una dieta come si deve?- Mi apostrofa, mentre camminiamo lungo la spiaggia.
      Dopo l’incidente ho perso troppi chili, a tal punto che il medico aveva iniziato a parlare di anoressia. Pare sia stato lo shock a farmi questo effetto.
      Susy fruga nel suo zaino: tira fuori una ciambella ricoperta al cioccolato.
      -L’ho presa venendo qui.- Continua. –Quelle al cioccolato sono le tue preferite, no?-
      -Non era necessario che…-
      -Certo che lo era!- Mi accarezza la guancia. –Per te questo ed altro.- Ci fissiamo negli occhi per diversi secondi, ma finisco col distogliere lo sguardo, imbarazzata.
      -Dai!- Ribatto ridendo. –Se facciamo così sembreremo due innamorati!-
      -E che male ci sarebbe?- Sogghigna, stendendosi sulla sabbia. Mi siedo accanto a lei, mangiando la ciambella.
      -Non so, forse il fatto che siamo due ragazze…- Rispondo, comunque non convinta.
      -Ora come ora le coppie omosessuali sembrano quasi andare di moda.- Risponde, tornando a fissarmi. –Il fatto che siamo entrambe ragazze sarebbe veramente l’ultimo dei problemi, non credi?-
      -Forse hai ragione.- Concludo dando un altro morso alla ciambella.
      Silenzio.
      -Nadia, a proposito…-
      -Dimmi.- Mi volto di nuovo verso di lei.
      -Sei mai stata innamorata?-
      -No… o almeno non credo.-
      -Proprio mai?-
      -Se mi fossi innamorata, probabilmente saresti stata la prima persona a cui lo avrei detto.-
      -Non lo trovi strano?-
      -Strano?-
      -Noi due non abbiamo mai parlato di ragazzi.-
      Mando giù l’ultimo pezzo di ciambella per poi stendermi accanto a Susy.
      -Secondo me non è una grande preoccupazione.- Riprendo. –Insomma, non ci siamo mai innamorate di qualcuno e quindi non abbiamo mai parlato di ragazzi, credo sia tutto qui.-
      -Nadia.-
      -Cosa?-
      -Io sono innamorata, in questo momento.-
      Mi volto di scatto verso di lei, sorpresa.
      -Sul serio?-
      -Sul serio.-
      -E di chi?-
      -Di te.-
      Silenzio.
      Sento la testa farsi pesante.
      -Sei carina quando arrossisci.- Dice Susy sogghignando.
      Mi volto indispettita dall’altra parte. –Non era uno scherzo divertente.-
      Susy mi afferra per la spalla, facendomi girare nuovamente verso di lei: i nostri visi sono vicinissimi ora.
      -Non era uno scherzo.- Dice con espressione assolutamente seria.
      Silenzio.
      Cosa dovrei fare? Cosa dovrei dire? Okay, calmati, calmati, calmati…
      -Nadia?-
      -C-Cosa?- Domando allarmata.
      -Posso baciarti?-
      -Eh?!-
      -Sono quattro anni che voglio farlo.- Continua con una calma quasi innaturale. –Anche se non sai cosa rispondermi, anche se non sai ancora stabilire quali siano i tuoi sentimenti, potrei baciarti comunque?-
      La testa potrebbe scoppiarmi da un momento all’altro.
      -Non so baciare!- Esclamo in preda al panico: non mi viene nient’altro di più intelligente da dire. –Non ho mai baciato nessuno!-
      -Nemmeno io, che problema c’è?- Risponde lei prontamente. Se non avesse quell’espressione così seria in volto, giurerei che mi stia prendendo in giro. –Allora posso?- Insiste.
      Come faccio a sapere se mi stia veramente bene o meno? E se lo immaginassi come un favore? Un po’ come quando ti chiedono in prestito una matita, o come quelle volte in cui il tuo amico ti chiede di sostituirlo nella partita di calcetto la domenica pomeriggio. No, qui stiamo parlando di un bacio: mica è la stessa cosa. Baciarsi sulle labbra è un segno d’amore, lo si fa fra due innamorati… o forse no? Dove sta scritto che lo si possa fare solo fra innamorati? Asuka e Shinji in una scena di Evangelion si baciano senza un vero motivo: era così, tanto per provare, come fosse un gioco. Cosa ci sarebbe di male nel baciarsi così, tanto per? È un’esperienza come tante altre: il primo bagno a mare, la prima volta in bicicletta, il primo giorno di scuola, la prima partita a calcio… il primo bacio. Dovrei pensarci di più sopra? O forse dovrei buttarmi senza pensarci troppo? Potrei rimpiangere di non averla baciata… ma potrei anche rimpiangere di averlo fatto. Ora, guardando Susy, non riesco a non pensare a quanto sia bella e sensuale: forse sono anche io innamorata di lei. Sento il cuore battere forte, sto sudando, sto tremando… a ben pensarci, questi sembrano più sintomi da paura. Sì, in questo momento ho paura, paura di non sapere cosa fare, di compiere la scelta sbagliata.
      Improvvisamente, afferrandomi per il volto, senza alcun preavviso, Susy mi bacia. Non è il bacio “rapido e indolore” che avevo immaginato: dopo qualche breve istante, sento la sua lingua toccare la mia, prima timidamente, poi con maggiore foga. Trascorrono alcuni secondi: Susy mi afferra con una mano il fianco sinistro, con l’altra mi palpa il seno. Susy era ormai completamente china su di me. Non tento di fermarla, non voglio che si fermi. Stringo le mie braccia attorno al suo collo.

      Si alza: -Dovresti vederti in questo momento.- Dice sorridendo, rossa in volto. Io non ribatto, sono rimasta senza fiato: è come se avessi perso tutte le energie che avessi in corpo.
      Silenzio.
      Susy si sposta, stendendosi di nuovo alla mia destra.
      -Allora, com’è stato il tuo primo bacio?- Mi chiede.
      -Era qualcosa di più di un bacio…- Rispondo, ancora col fiatone.
      -Ho esagerato, vero? Scusami, mi sono lasciata trasportare.-
      Le stringo la mano.
      -Mi hai colto di sorpresa, ma sapevo fossi un po’ pervertita.- Ridacchio.
      Si volta verso di me.
      -Nadia.-
      Mi volto verso di lei.
      -Dimmi.-
      -Ti amo.-
      Anche questo mi ha colta di sorpresa.
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      The post was edited 1 time, last by JapanLegend ().

    • La mia critica ha l'obbiettivo di analizzare l'ultimo racconto pubblicato, spero non te la prenda perché non ho intenzione di offenderti: non ti conosco e ho letto solo quest'ultimo racconto; quindi stai tranquilla non ho intenzione di sminuire la tua abilità, anche perché non sono Gian Carlo Ferretti.
      Premetto che, in generale, il racconto non mi è piaciuto perché non mi sembra ci sia una vera "scintilla" del loro amore: apparentemente si ha l'impressione che le due ragazze si siano baciate perché l'omosessualità "sembra" andare di moda (si scrive "coppie omosessuali", non «coppie homo»). Inoltre si capisce fin da subito che c'è amore tra queste due ragazze, non c'è alcun tipo di approfondimento Ovviamente non sono gli unici difetti ad avermi fatto "storcere il naso": alcuni sono di livello narrativo - quindi "generali", ma taluni saranno superficiali.
      Il primo difetto che ho trovato è la mia incapacità di capire con chi stia parlando l'io narrante, ad esempio nella frase «Cosa dovrei fare? Cosa dovrei dire? Okay, calmati, calmati, calmati…» con chi sta parlando l'io narrante? Non si capisce.
      Non ho gradito nemmeno la struttura con cui si arriva alla descrizione dell'handicap della protagonista trattato con una falsa drammaticità, la quale non mi sembra necessaria perché non viene più trattata di seguito (comunque qualsiasi medico prima di dare per spacciato un paziente suggerisce delle terapie); ma perché arrivarci dopo aver descritto la giornata e ciò che fa? Serve solo come motivo per far incontrare la protagonista e la sua amica?
      Nel momento in cui descrivi la protagonista c'è un uso spropositato dei sostantivi "ragazza" e "persona" che rendono ridondante la descrizione, ma soprattutto viene ripetuto troppe volte il nome di "Susy"; un altro errore superficiale è la parola «kili» che si scrive "chili".
      Un cliché che non ho apprezzato è che le due ragazze attratte tra di loro amano il calcio, perché? Non è originale.
      Ho capito che Susy indossa sempre il cappello bianco o nero della Nike e i guanti grigi, ma perché ce lo devi ripetere?
      Un altro cliché è che non si chiede mai "Posso?" per baciare una persona, non sei Federico Moccia, quando si bacia una persona e c'è l'atmosfera non si chiede mai il permesso se l'attimo è propizio.
      Ora arriviamo al momento tragico, perché Susy - dopo una descrizione orribile dello stato d'animo successiva al primo bacio, risolvibile con una sola riga - molesta Nadia? Perché dopo un solo e primo bacio lei comincia a toccarla e le palpa il seno? Soprattutto perché lo fanno in un luogo pubblico come la spiaggia?
      Questo racconto mi ha provato, mi è piaciuto l'atteggiamento infantile della protagonista perché "coerente" con la protagonista, ma è descritto in modo pessimo con un'atmosfera nella quale è difficile immedesimarcisi.


      "Si sta come
      d'autunno
      sugli alberi
      le foglie"
    • Un commento come il tuo mi fa capire che non è una buona idea postare quel che scrivo in giro su internet. Non cerco di scrivere bene: mi basta che testi e racconti piacciano a me. Quando scrivo butto giù idee così come mi vengono in mente, più che testi potremmo definirli scarabocchi, e di conseguenza commetto tutta una serie di errori macroscopici... ma finisco sempre col cedere e col postare quel che scrivo su internet. Insomma, da un lato mi rendo conto di non saper scrivere e che farei bene a tenere queste "nugae" per me, da un altro vorrei che qualcuno le leggesse e le apprezzasse così come sono.


      Ceu wrote:

      La mia critica ha l'obbiettivo di analizzare l'ultimo racconto pubblicato, spero non te la prenda perché non ho intenzione di offenderti
      Non mi offenderei per così poco, tranquillo.

      Ceu wrote:

      si scrive "coppie omosessuali", non «coppie homo»
      Pensavo fosse la stessa cosa, ma ora che lo so vedrò di ricordarmene.

      Ceu wrote:

      Il primo difetto che ho trovato è la mia incapacità di capire con chi stia parlando l'io narrante, ad esempio nella frase «Cosa dovrei fare? Cosa dovrei dire? Okay, calmati, calmati, calmati…» con chi sta parlando l'io narrante? Non si capisce.
      Sta solo pensando fra sé, speravo fosse chiaro.

      Ceu wrote:

      Nel momento in cui descrivi la protagonista c'è un uso spropositato dei sostantivi "ragazza" e "persona" che rendono ridondante la descrizione, ma soprattutto viene ripetuto troppe volte il nome di "Susy"; un altro errore superficiale è la parola «kili» che si scrive "chili".
      Sì, decisamente ho scritto troppe volte "Susy", sarebbe stato decisamente meglio usare qualche "lei" in più. Per quanto riguarda l'altro errore, siccome Word non me lo aveva segnalato, pensavo fosse veramente una forma corretta.

      Ceu wrote:

      molesta Nadia?
      Suvvia, è solo una palpatina al seno.
      Display Spoiler
      -ina -ina



      Se ti stai chiedendo perché mai non abbia risposto alle tue altre osservazioni, è presto detto: ogni risposta si sarebbe ridotta ad un: "So che non è giusto/corretto/granché ma a me piace, quindi mi va bene così.", che siano le descrizioni un po' troppo ridondanti, che sia la condizione di Nadia, costretta a camminare con una gruccia, che sia la passione delle due per il calcio.
      Non fraintendermi, non ho ignorato le tue parole: ho letto e rifletterò su tutto quel che hai detto, ma credo tu abbia compreso che se scrivo così male è perché, tutto sommato, a me sta bene.
      Date un'occhiata ai miei racconti, se vi va.

      Mi mancherai, onee-chan

      The World is mine



    • JapanLegend wrote:

      Premessa: il titolo non ha a che vedere col contenuto del testo. Cronologicamente, ci troviamo prima di Changes e molto prima di Phantom pt. II.


      Display Spoiler
      -Dì un po’, Kid.-
      -Cosa?-
      -Ho sentito che sei fidanzato… è vero?-
      -Te l’ha detto Helen, vero?-
      -E chi sennò?- Domanda sogghignando. –Ma chi è la tipa?-
      -Una ragazzina di nome Hikai.-
      -Te la fai con le più piccole? Non credevo avessi questi gusti…- Mi fissa alzando un sopracciglio.
      -Non lo credevo nemmeno io, prima di conoscerla.-
      -Dai, c’era quella bionda da paura che ti stava appresso, e te la fai con una mocciosetta?-
      -Aspetta, quale bionda?- A ben pensarci, conosco troppe persone bionde.
      -Ma come, parlo di Penny! Quella che lavora all’accademia di magia!-
      -A Penny non piacevo neanche un po’, dai.-
      -Ma se ti stava sempre incollata addosso! Sei sçemo o cosa?-
      -Io sono innamorato di Hikai, non di Penny, va bene?-
      -Ma è piccola, dai!-
      -Non ti ho detto la sua età, non te l’ho descritta e non l’hai mai vista, che ne vuoi sapere tu?-
      -Hai detto ragazzina, basta quello. Va ancora scuola, no?-
      -Cosa c’entra questo?- Rispondo stizzito.
      -La scuola è piena di ragazzi della sua età, quanto potrà mai durare la vostra relazione?-
      Realizzo dopo qualche istante il senso delle sue parole.
      -Come potrebbe preferire qualcun altro a me?-
      -I ragazzi a quest’età passano da un partner ad un altro nel giro di due giorni, che siano maschi o femmine!-
      -Non farebbe mai una cosa del genere.-
      -Vede ogni giorno migliaia di ragazzi passarle davanti e ha occhi solo per te?-
      Tutto ciò mi turba.
      -Va bene.- Dico in un sussurro alzandomi.
      -“Va bene” cosa?- Mi chiede lui fissandomi di nuovo.
      -Le farò capire quanto la amo.-
      -Hai trascorso anni a fare il playboy con ogni singola ragazza ti ritrovassi davanti e ora sei innamorato di una mocciosa?-
      -Non ho fatto il playbo…- No, in effetti pensandoci bene l’ho fatto. –Beh, sì.-
      Kriss alza gli occhi al cielo. –Fa’ come vuoi, che posso dirti.- Conclude sospirando.

      Andare a casa di Kid mi innervosisce un po’: insomma… lui vive solo… e noi due siamo fidanzati…
      Cerco di non pensarci e busso alla porta: mi apre quasi subito, spalancando la porta.
      -Hikai!- Esclama sorridendo: ha un sorriso così affascinante…
      -Uhm, ecco, dovevi… dovevi darmi un libro, giusto?- Mi piacerebbe stare un po’ con lui, ma papi mi starà già aspettando.
      -No, era un pretesto per farti venire qui.-
      -Un… pretesto?-
      -Entra un secondo.-
      -Ma veramente…-
      -Non ci metteremo molto.-
      -Sì, però…-
      A quel punto mi afferra i fianchi e di scatto inizia a baciarmi. Mi stringe forte a sé, mentre sento la sua lingua toccare la mia… Vinco la timidezza e gli metto le braccia attorno al collo, continuando a lasciarmi baciare.
      -Hikai…- Sussurra dopo lunghi minuti. –Devo dirti una cosa.- Inizia a baciarmi sul collo.
      -C… Cosa?- Chiedo, quasi tremando.
      -Voglio portarti a letto con me.-
      Sento mancarmi il respiro. -Intendi… intendi…?-
      -Hai inteso benissimo.- Risponde in un soffio, iniziando a sbottonarmi la camicia, senza smettere di baciarmi sul collo.
      -Ma io… ma io…- Dice sul serio? Cosa devo fare? Cosa devo rispondergli? Sento le sue labbra avvicinarsi al mio seno…
      -Devo andare!- Esclamo divincolandomi da lui e correndo fuori.
      -Ehi.- Mi afferra per il polso. Restiamo così per diversi secondi, ma alla fine riesco a girarmi verso di lui, seppur non riuscendo a guardarlo negli occhi.
      -Dimmi… dimmi tutto.- Farfuglio, respirando affannosamente.
      -Ti amo.-
      Decido di farmi forza: finalmente lo guardo negli occhi: -Ti amo.- Gli rispondo, ancora tremante.
      Mi bacia delicatamente la mano.


      Riprendo da questo che sono rimasto (giusto un poco) indietro.
      Non è male come racconto, un dialogo alternato che (salvo poche piccole imprecisioni) non ha errori e compie il suo dovere, ovvero quello di descrivere una situazione da racconto breve.
      L'introduzione ai personaggi è perfetta per questo scopo ed anche il tempo narrativo calza a pennello. Se bisogna cercare un problema lo si potrebbe identificare nelle espressioni dell'alternanza dialogica, che non sempre rispetta la phatos del momento ma cala verso il finale e sui momenti di climax.
      Per il resto è un racconto piacevole, che fa quello che deve fare.

      Clicca l'immagine per leggere la nostra storia su Raven

      Ringrazio AlphonsinaH ed Peppozzo per la firma.

      Commentate il mio RF Weinberg...
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      Direi che siamo al capolinea. Questo thread ha raggiunto 13mila visualizzazioni e ammetto che la cosa mi conferisce un gran senso di soddisfazione: ho messo per iscritto miei pensieri, storie create da me e sono state lette, apprezzate e criticate, non avrei potuto chiedere di meglio e ringrazio tutti coloro che abbiano cliccato su quel grosso titolo "Nugae". Adesso è momento di chiudere baracca: non me la sento di copiare e incollare queste vecchie storie sul nuovo forum di Elsword e non so se mi rimetterò mai a scrivere qualcosa.

      Ancora grazie a tutti voi lettori, un grazie a chi leggerà queste righe per aver frequentato questo thread fino all'ultimo, un grazie in più al caro micheleX, senza dubbio il mio più accanito sostenitore.

      Vi lascio con questa:
      Date un'occhiata ai miei racconti, se vi va.

      Mi mancherai, onee-chan

      The World is mine